Introduzione

Sovente mi interrogo su che cosa sia davvero di aiuto nella cura dell’umana sofferenza. 

A questa domanda, che mi accompagna da quando ho scelto la professione di psicologa analista, se ne intrecciano quotidianamente molte altre. 

Quanto tempo della nostra vita concediamo alla relazione con noi stessi?  Nel processo che consente a ogni individuo di cercare un significato e un senso per il proprio cammino esistenziale, esistono aspetti davvero irrinunciabili? 

Il lavoro di psicologa analista mi ha messo di fronte infinite volte a questi interrogativi. 

Confrontandomi con la sofferenza psicologica e con la difficoltà di ogni individuo a trovare le parole  e accenti per raccontarla, ho fatto conoscenza con un’identità sospesa e  con un tempo di vita a tratti inautentico. 

Nel percorso per liberare l’energia psichica dai vincoli che sofferenze e traumi individuali e il peso condizionante del pensiero collettivo hanno plasmato intorno alla singolarità di ciascuno, la relazione con il tempo mi sembra assumere un ruolo centrale.

Fermiamo lo sguardo sulla dimensione collettivamente dominante del tempo in una determinata epoca e società. 

Spesso ci si sofferma a riflettere sull’ipotesi di una peculiare fragilità dell’Io dell’uomo contemporaneo, che renderebbe più arduo ai pazienti  l’accesso a una psicoterapia che miri non al semplice adattamento, ma alla trasformazione dell’atteggiamento esistenziale. 

Raramente ci si inoltra però a indagare su quanto e in che modo la profondità plasmante dello Spirito del tempo, cioè di quell’insieme di  credenze collettivamente dominanti in una determinata epoca storica, e in quanto tali in grado di influenzare potentemente le coscienze, agisca come fattore  turbante quando non lacerante all’interno della psiche individuale. 

Viene vissuto a livello inconscio, ma proprio per questo molto dolorosamente. 

Questa “profondità che plasma” ha assunto un potere per molti versi paralizzante. E’ forse per questo motivo che molti individui sono affetti da una sofferenza cieca che fatica a trasformarsi in parola che risana?

Viviamo nel tempo del fare, della velocità, dell’efficienza, del consumo come valore principe. Ci muoviamo in un tempo atomizzato che mira a risolvere e ad esaurire nel qui e ora ogni piacere e ogni desiderio, quando non ogni progetto. 

Inoltre, da decenni viviamo immersi nel miraggio di una crescita economica infinita, di una giovinezza infinita, di una salute senza limiti.

 Difficile negare che, sotto l’illusione di una libertà individuale sganciata da vincoli etici e tendente all’onnipotenza, questo aspetto dominante dello spirito del tempo contemporaneo celi  una negazione della fragilità e del limite umano. Insieme ad una sottovalutazione del sentimento, tali aspetti informano di sè le umane relazioni. E’ verificabile nell’ osservazione clinica quotidiana che modalità esistenziali così fondate, oggi tanto diffuse quanto coattive, siano alla base di molte sofferenze individuali e contribuiscano alla costruzione di patologie.

Riflettiamo per contrasto su quanto è avvenuto nel recentissimo tempo della pandemia. Nella sospensione di ogni attività, che ha costretto gli individui a fare i conti con i propri equilibri emotivi, ci siamo trovati  a vivere in un tempo sospeso e a chiederci quale fosse il tempo autentico. 

Nonostante la necessità obbligata di passare alle terapie in remoto, che sembrano sottrarre alla relazione di cura la dimensione corporea, come terapeuti abbiamo dovuto constatare che non pochi pazienti sono migliorati. 

Abbiamo anzi riscontrato non di rado un approfondimento in senso analitico di molti percorsi terapeutici. 

Domandiamoci quale significato può assumere lo “stare meglio” in un periodo di drammatica crisi epocale, nel quale  si sono liberati spazi e un tempo vuoto di impegni è a disposizione, non per fare ma per pensare. 

Il perchè di un libro sul caleidoscopio della percezione del tempo e sulle intersezioni tra tempo individuale e collettivo nel percorso psicoterapeutico, non può  quindi che prendere le mosse dallo snodo attuale.

La crisi in cui siamo immersi porta con sé molte domande e altrettante ipotesi di risposta. 

Partirò dagli echi di tutto questo negli incontri con i pazienti, per un viaggio a ritroso negli ultimi tre decenni, che prenderà a sua volta forma nelle narrazioni cliniche e nelle coloriture simboliche che portano con sè. 

I cambiamenti dell’esperienza del tempo nel periodo storico recente sono stati talmente significativi, che non pare ozioso domandarsi quanto intorno a questi mutamenti si dipanino i nodi essenziali delle relazioni umane e terapeutiche.

La prima ipotesi da cui muoverò è che la percezione collettiva del tempo di una determinata epoca si riverberi molto più di quanto immaginiamo sull’identità individuale, che possa contribuire a determinare malessere psichico e che arrivi ad informare di sè anche la relazione analitica. 

Se la relazione terapeutica è una relazione umana intima che si sviluppa nel tempo del vivere dei due protagonisi, indagarne struttura ed evoluzione mi permetterà di  abbozzare una risposta a un’altra  domanda centrale.

Esiste ed è raggiungibile un punto nodale tra la percezione del tempo individuale e di quello collettivo, che rappresenti e dia forma a un più consapevole equilibrio psichico? 

Mi accosterò con attenzione lenta e minuziosa all’intreccio tra le due dimensioni, ai loro colori e caratteristiche, adoperando la metafora della bicicletta che permette l’esperienza del movimento con un veicolo “lento”. Spostandosi in bicicletta si possono percepire nello le sfumature del correre del tempo, del suo fermarsi, del suo riprendere e del suo arrestarsi. 

Un viaggio dentro di sé ha qualcosa in comune, la mia stessa consuetudine me lo conferma, con il servirsi quotidianamente della bicicletta come mezzo di trasporto principale. Significa fatica, attenzione a regole e ostacoli fuori di noi, rinunciare alla fretta, curare i dettagli. In bicicletta in qualche modo si è in due, il mezzo dà respiro e contribuisce a definire il nostro percorso e lo scopo.

Esiste un ritmo per dare al viaggio un’andatura “giusta” per ciascuno? Quanto servono per trovarlo pause,  silenzi, il coraggio  di inoltrarsi  in due nei territori meno conosciuti e più ardui della mente ?

Se quello che stiamo descrivendo rappresentasse in sostanza un modo di vivere la dimensione temporale che possa contribuire a pacificare l’individuo con sé stesso, ci resterà da approfondire infine la questione di fondo. 

Se cioè di fronte al conflitto con un tempo collettivo che si dipana in modo così radicalmente opposto ad alcuni bisogni umani fondamentali, il percorso analitico sia in grado di offrire all’individuo una via d’uscita verso un’identità più autentica e più  stabile, oppure  una semplice  possibilità di alleggerimento di uno smarrimento ormai radicato e irreversibile.